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Ecco i 4 segnali che stai vivendo in una relazione con un workaholic (e cosa fare, secondo la psicologia)

Caporedattore

È domenica pomeriggio, fuori c’è il sole, avevate programmato una passeggiata. E invece eccolo lì: laptop aperto, cuffie alle orecchie, espressione assente. Ti guarda per un secondo, ti sorride con quella piega di scuse che ormai conosci a memoria, e torna allo schermo. Tu finisci per guardare una serie da sola sul divano, con quella strana sensazione che non riesci bene a definire. Non è rabbia, non esattamente. È qualcosa di più sottile, più difficile da nominare. È la sensazione di essere in coppia e sentirsi comunque soli. Se ti riconosci in questa scena, non sei l’unica — e quello che provi non è esagerato, non sei “troppo bisognosa”, non stai facendo un dramma. Stai semplicemente vivendo una delle dinamiche relazionali più logoranti e più sottovalutate della vita moderna: quella di chi condivide la propria vita con un workaholic.

Workaholic: cosa significa davvero, al di là del cliché

Dire “sono un po’ workaholic” è diventato quasi un modo per vantarsi della propria produttività, una di quelle frasi da LinkedIn che fa sembrare ambiziosi. Ma la realtà è ben diversa. Il termine fu coniato nel 1971 dallo psicologo americano Wayne Oates nel suo libro Confessions of a Workaholic, costruendolo deliberatamente sul modello della parola “alcoholic”. Non fu una scelta casuale: Oates voleva sottolineare la natura compulsiva di questo rapporto con il lavoro, qualcosa che va ben oltre la semplice dedizione professionale. Il workaholic non lavora tanto perché ama quello che fa: lavora perché non riesce a smettere, anche quando vorrebbe, anche quando sa che sta sacrificando qualcosa di importante.

Il workaholism non è attualmente riconosciuto come dipendenza nel DSM-5, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. Non è quindi una diagnosi clinica in senso stretto, ma un tratto compulsivo complesso, studiato attivamente dalla ricerca psicologica. Cecilie Schou Andreassen ha sviluppato la Bergen Work Addiction Scale, uno strumento validato scientificamente che identifica criteri precisi per distinguere il workaholism dalla normale dedizione al lavoro. Il criterio centrale? L’incapacità di interrompere il lavoro anche quando si vorrebbe farlo, con conseguenze negative sulla vita personale e relazionale.

Il problema non è solo suo: è vostro

Ecco il punto che cambia tutto, quello che raramente viene detto con chiarezza: il workaholism non è un problema solo di chi lo vive in prima persona. È un problema sistemico della coppia. La psicologia relazionale lo osserva con crescente attenzione, e uno degli strumenti teorici più utili per capire cosa succede in queste relazioni è la Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby, sviluppata poi da Mary Ainsworth e applicata alle relazioni adulte da ricercatori come Philip Shaver e Cindy Hazan. Il workaholic tende spesso a manifestare uno stile di attaccamento evitante: il lavoro diventa uno spazio psicologico sicuro, prevedibile, misurabile. L’intimità di coppia, al contrario, è caotica, emotivamente esposta. E per chi ha un attaccamento evitante, la vulnerabilità è la cosa più difficile da tollerare.

Dall’altra parte, il partner che aspetta vive spesso quello che i terapeuti chiamano ansia da separazione emotiva cronica: non la lontananza fisica, ma quella psicologica. La sensazione opprimente di stare accanto a qualcuno che c’è ma non è presente. I professionisti della salute mentale usano anche l’espressione “solitudine a due” per descriverla, ed è, paradossalmente, una delle solitudini più difficili da elaborare. Non puoi spiegarla agli amici senza sentirti dire “ma come, hai il tuo ragazzo, di cosa ti lamenti?”. E quella risposta, per quanto involontaria, aggiunge isolamento all’isolamento.

Quando lavorare è un modo per non sentire

Uno degli aspetti meno discussi che la psicologia clinica sta esplorando riguarda la funzione psicologica che il lavoro compulsivo può svolgere. Non sempre il workaholic lavora per raggiungere obiettivi professionali: spesso, inconsapevolmente, il lavoro funge da meccanismo di coping per gestire emozioni difficili come l’ansia, la paura dell’intimità, traumi non elaborati o la paura di fallire nella sfera personale. Chi lavora spinto da passione autentica generalmente riesce a staccare quando ne ha bisogno. Chi lavora per fuggire da qualcosa, per ottenere validazione esterna, per dimostrare il proprio valore a se stesso o agli altri, tende invece a non riuscire a fermarsi — perché fermarsi significherebbe restare faccia a faccia con tutto ciò da cui stava scappando. Questo non significa che il tuo partner lo faccia consapevolmente, né che lo faccia per ferirti. Ma significa che quello che in superficie sembra un problema di gestione del tempo è spesso qualcosa di molto più profondo.

Riconosci questi segnali?

Come si capisce se si è davvero di fronte a un pattern problematico e non a un semplice periodo di stress lavorativo? La differenza sta nella sistematicità. Non è la cena saltata una volta per una crisi in ufficio: è la quinta cena saltata in due mesi. Ecco alcune dinamiche che i professionisti della salute mentale osservano comunemente in queste relazioni:

  • I piani vengono cancellati con regolarità, non come eccezione ma come norma: il terzo compleanno festeggiato in ritardo, la quinta vacanza ridimensionata all’ultimo momento.
  • Il lavoro invade fisicamente gli spazi privati: telefono sul comodino acceso fino a tardi, laptop aperto in camera da letto, chiamate di lavoro durante i pasti.
  • Il senso di colpa c’è, ma non produce cambiamenti: il partner workaholic riconosce il problema, si scusa anche, ma il comportamento rimane invariato, creando un loop frustrante in cui ci si sente capiti ma non visti davvero.
  • Ti senti in competizione con qualcosa di inanimato: non c’è una terza persona, eppure c’è qualcosa che viene sistematicamente prima di te. E arrabbiarsi con un lavoro è stranamente più difficile che arrabbiarsi con una persona.

Cosa puoi fare: tre punti di partenza concreti

Il primo è nominare il problema con precisione, usando un linguaggio che non sia un attacco. Non “lavori troppo” — una frase che il tuo partner probabilmente sente come una critica alla sua identità — ma qualcosa come “quando cancelli i nostri piani senza preavviso, mi sento in secondo piano e questo mi fa stare male”. Questa è comunicazione assertiva: la differenza tra un’accusa e un’espressione di bisogno, e nelle relazioni quella differenza vale davvero tutto.

Il secondo è smettere di sminuire i propri bisogni. Avere bisogno di presenza, attenzione e tempo condiviso non è una debolezza né un capriccio. È un bisogno relazionale fondamentale, documentato da decenni di ricerca sulla psicologia dell’attaccamento. Non stai chiedendo troppo.

Il terzo — spesso il più efficace — è considerare un percorso di terapia di coppia. Non perché la relazione sia compromessa, ma perché certe dinamiche sono difficili da modificare senza uno spazio neutro e un supporto professionale. La ricerca mostra che la maggior parte delle coppie che intraprende un percorso terapeutico riporta miglioramenti significativi nella soddisfazione relazionale, soprattutto quando entrambi i partner si trovano incastrati in dinamiche ripetitive da cui faticano a uscire da soli.

C’è un’ultima cosa che si dimentica facilmente quando si è dall’altra parte, presi dal proprio dolore: anche il partner workaholic, nella maggior parte dei casi, non sta bene. La ricerca mostra livelli elevati di ansia, burnout e insoddisfazione relazionale in chi lavora in modo compulsivo. Oates stesso descriveva il workaholic non come qualcuno che sceglie di ignorare chi ama, ma come qualcuno genuinamente intrappolato in un pattern. Questo non giustifica nulla, e non significa accettare una situazione che fa stare male. Ma cambia la prospettiva: invece di “sceglie il lavoro al posto mio”, la realtà potrebbe essere “siamo entrambi intrappolati in uno schema che nessuno dei due ha davvero scelto”. E da lì, trovare una via d’uscita insieme diventa qualcosa di molto più possibile.

Tag:Vita di coppia

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