Quando ci si ritrova a guardare i propri figli crescere in un mondo che sembra non avere più nulla a che fare con quello della propria infanzia, può nascere un senso di spaesamento profondo. Non si tratta solo di tecnologia o di mode passeggere: è un intero sistema di valori, priorità e modalità di relazione che appare stravolto. Questa dissonanza genera una forma particolare di solitudine genitoriale, dove ci si sente stranieri nella vita dei propri figli.
La trappola del confronto automatico
Il meccanismo più insidioso che alimenta questa distanza è il confronto costante tra “come eravamo noi” e “come sono loro”. Frasi come “Alla tua età io non avrei mai osato” oppure “Noi ci accontentavamo di poco” diventano refrains quotidiani che, invece di costruire ponti, erigono muri. Il problema non sta nel ricordo della propria infanzia, ma nell’utilizzo di quel ricordo come metro di giudizio assoluto.
Secondo la teoria ecologica dello sviluppo di Urie Bronfenbrenner, ogni generazione cresce in un contesto socioculturale unico che plasma le aspettative, i bisogni e le modalità relazionali. Pretendere che i nostri figli vivano secondo i parametri della nostra infanzia equivale a chiedere loro di adattarsi a un mondo che non esiste più.
Riconoscere i propri fantasmi educativi
Dietro molte incomprensioni si nasconde un fenomeno poco esplorato: la proiezione dei propri vissuti irrisolti. Se abbiamo sofferto per una carenza affettiva, potremmo diventare iperprotettive. Se abbiamo subito un’educazione rigida, potremmo oscillare tra permissivismo eccessivo e scoppi autoritari. Questi schemi inconsci creano aspettative irrealistiche nei confronti dei figli e di noi stesse come madri.
Il primo passo concreto è quello dell’autonarrazione critica: dedicare del tempo a scrivere quali valori della propria infanzia si vogliono davvero trasmettere e quali, invece, sono semplicemente abitudini o imposizioni che abbiamo subìto. Questa distinzione è fondamentale per comunicare con autenticità.
Decodificare i nuovi linguaggi emotivi
I bambini e i ragazzi di oggi esprimono disagio, gioia, bisogni in modi che possono sembrarci criptici. Il ritiro nella propria stanza non è necessariamente ribellione, ma può essere ricerca di uno spazio personale in un mondo iperconnesso e sovrastimolante. L’attaccamento allo smartphone non è solo dipendenza, ma spesso il modo in cui questa generazione costruisce identità e appartenenza sociale.
Invece di etichettare questi comportamenti come negativi, è utile adottare una postura etnografica: osservare con curiosità genuina, fare domande aperte (“Come ti fa sentire quando…?” invece di “Perché passi tutto quel tempo…?”), sospendere temporaneamente il giudizio. La ricerca in ambito di parenting efficace dimostra che l’ascolto validante, come quello proposto da John Gottman nel suo approccio di emotional coaching, aumenta significativamente la disponibilità dei figli ad aprirsi.
Negoziare i valori non negoziabili
Esistono principi che consideriamo irrinunciabili: il rispetto, l’onestà, la responsabilità. La sfida sta nel tradurre questi valori universali in comportamenti contestualizzati al presente. Il rispetto, ad esempio, si declina diversamente oggi rispetto a trent’anni fa: non è più basato solo sull’obbedienza gerarchica, ma sulla reciprocità e sul riconoscimento dei confini personali.

Un metodo efficace è quello della co-costruzione delle regole familiari. Invece di imporre norme unilaterali, creare momenti di confronto dove ogni membro della famiglia può esprimere bisogni e limiti. Questo non significa democrazia anarchica, ma leadership autorevole che sa distinguere tra aspetti negoziabili e non negoziabili, spiegando sempre il “perché” profondo di un limite.
Trasformare la nostalgia in risorsa narrativa
I ricordi della propria infanzia non vanno repressi o usati come armi dialettiche, ma possono diventare strumenti di connessione se condivisi nel modo giusto. Raccontare episodi della propria infanzia non per moralizzare (“Vedi come si stava meglio?”), ma per condividere emozioni, paure, scoperte, rende umana la figura genitoriale.
I bambini hanno bisogno di sapere che anche noi siamo stati vulnerabili, confusi, desiderosi di autonomia. Questo crea un terreno comune emotivo che trascende le differenze generazionali. Una madre che racconta di quando anche lei si è sentita incompresa dai propri genitori non perde autorevolezza: la conquista attraverso l’autenticità.
Creare rituali di appartenenza contemporanei
Se i rituali della nostra infanzia – la cena sempre insieme, le domeniche dai nonni, i giochi di strada – non sono più replicabili, serve inventare nuove forme di appartenenza familiare. Può essere una serata settimanale dedicata a un’attività scelta a turno da ciascun membro della famiglia, o dieci minuti quotidiani di check-in emotivo senza dispositivi.
L’importante è che questi rituali siano flessibili e co-creati, non calati dall’alto per nostalgia di un passato idealizzato. La continuità affettiva non dipende dalla replica delle forme, ma dalla costanza della presenza emotiva.
Quando chiedere aiuto diventa saggezza
Ammettere di sentirsi inadeguate o distanti non è fallimento: è consapevolezza. Un supporto psicologico mirato, individuale o familiare, può fornire strumenti concreti per attraversare questo spaesamento. Esistono approcci terapeutici specifici, come la terapia focalizzata sulle emozioni di Sue Johnson o quella sistemico-relazionale, che aiutano a rileggere i conflitti generazionali come opportunità di crescita reciproca.
Il cambiamento generazionale non è un ostacolo da rimuovere, ma un passaggio evolutivo da attraversare con coraggio e flessibilità. I figli non hanno bisogno di madri perfette o di repliche del passato: hanno bisogno di adulti presenti, capaci di evolvere insieme a loro pur mantenendo salde alcune coordinate valoriali essenziali. La distanza emotiva si riduce non eliminando le differenze, ma imparando a danzare con esse.
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