Papà scopre perché suo figlio continua a dirsi non sono bravo: il motivo è nelle parole che lui stesso usa ogni giorno senza accorgersene

Quando un bambino comincia a pronunciare frasi come “non sono capace” o “gli altri sono più bravi di me”, molti genitori si sentono spiazzati. Quel piccolo che fino a ieri esplorava il mondo con curiosità improvvisamente si ritrae, si confronta, si giudica. Non è capriccio, né pigrizia: è l’inizio di un dialogo interiore che, se non accompagnato con consapevolezza, può radicarsi e condizionare profondamente l’autostima futura. La buona notizia? Proprio nei primi anni di vita, quando questa tendenza emerge, abbiamo la possibilità di intervenire in modo efficace e delicato.

Quando nasce il confronto sociale nei bambini

Intorno ai tre-quattro anni, i bambini sviluppano quella che gli psicologi dello sviluppo chiamano autoconsapevolezza valutativa, ossia la capacità di valutare le proprie abilità e di confrontarle con quelle degli altri. Non si limitano più a fare, ma iniziano a osservarsi mentre fanno, confrontandosi con i coetanei. Questo processo è considerato una tappa evolutiva normale e importante nello sviluppo del sé e dell’autostima. Il problema sorge quando il confronto diventa sistematicamente negativo e il bambino interiorizza un’immagine di sé come “incapace”, condizione associata a maggiore rischio di bassa autostima e ritiro sociale negli anni successivi.

L’inserimento all’asilo amplifica questo fenomeno perché, per la prima volta, il bambino si trova in un contesto sociale strutturato dove le differenze individuali diventano evidenti: c’è chi corre più veloce, chi colora dentro i margini, chi conta fino a dieci. La tentazione adulta è rassicurare con frasi generiche come “sei bravissimo” o “non è vero”, ma questi approcci spesso risultano poco efficaci perché il bambino percepisce la disconnessione tra le nostre parole e la sua esperienza reale.

Il linguaggio che alimenta l’insicurezza (senza volerlo)

Paradossalmente, alcuni comportamenti genitoriali nati dalle migliori intenzioni possono rafforzare l’insicurezza. Carol Dweck, psicologa dell’Università di Stanford, ha mostrato in numerosi studi che lodare l’intelligenza o il talento innato (“sei intelligentissimo”, “sei un campione”) porta più facilmente i bambini ad evitare le sfide e a temere l’errore, per paura di perdere quell’etichetta positiva. Al contrario, valorizzare lo sforzo, le strategie e il processo è associato allo sviluppo di una mentalità di crescita, cioè la convinzione che le proprie capacità possano migliorare con l’impegno e l’apprendimento.

Anche le domande che facciamo veicolano messaggi potenti. Domande centrate sul giudizio globale (“Sei stato bravo oggi?”) tendono a focalizzare l’attenzione del bambino sulla valutazione esterna, mentre domande centrate sull’esperienza (“Cosa ti è piaciuto fare oggi?”) sostengono la motivazione intrinseca e il piacere dell’attività. Piccole modifiche linguistiche quotidiane contribuiscono, nel tempo, a costruire un diverso modo di percepirsi.

Strategie concrete per accompagnare senza pressione

Normalizzare la difficoltà e l’errore

I bambini hanno bisogno di sapere che la fatica fa parte dell’apprendimento e non è un segnale di inadeguatezza. La ricerca sull’apprendimento mostra che considerare l’errore come parte del processo favorisce la perseveranza e la resilienza. Condividere le proprie piccole difficoltà quotidiane (“Oggi ho sbagliato strada, mi sono fermato e ho guardato la mappa”) offre un modello di come affrontare gli ostacoli senza drammatizzarli. Leggere storie in cui i protagonisti sbagliano, si scoraggiano e poi trovano soluzioni aiuta i bambini a comprendere che la competenza nasce dal tentare e dal riprovare.

Scomporre le sfide in micro-obiettivi

Un bambino che dice “non so disegnare” probabilmente si sente sopraffatto dall’immagine del risultato finale perfetto. Scomporre l’attività in passi più piccoli e gestibili (“proviamo prima a fare un cerchio, poi aggiungiamo gli occhi”) rende il compito più accessibile, in linea con approcci utilizzati nella terapia cognitivo-comportamentale in età evolutiva. Questo metodo insegna che le competenze si costruiscono passo dopo passo e che il successo può essere sperimentato in piccoli incrementi.

Valorizzare gli sforzi specifici, non l’esito

Invece di “che bel disegno”, provare con “ho notato che hai scelto tanti colori diversi e hai riempito tutto il foglio, hai lavorato con molta concentrazione”. Una lode descrittiva e specifica, focalizzata su impegno e strategie, è associata a maggiore senso di autoefficacia e motivazione intrinseca rispetto alla lode globale e valutativa. Questo tipo di feedback aiuta il bambino a identificare le proprie strategie efficaci e a riconoscere il valore del proprio impegno, indipendentemente dal risultato finale.

Creare un ambiente emotivamente sicuro

I bambini insicuri hanno bisogno, più di altri, di sentire che il nostro amore e la nostra approvazione non dipendono dalle loro performance. La teoria dell’attaccamento mostra che i bambini esplorano il mondo con maggiore sicurezza quando dispongono di una base sicura: una figura di riferimento sensibile e affidabile a cui poter tornare in caso di stress. Questo significa accogliere anche i momenti di scoraggiamento senza minimizzarli (“capisco che ti senti triste perché vorresti arrampicarti come Marco”) e solo dopo aiutarli a trovare prospettive diverse.

Il potere dell’osservazione partecipe

Passare tempo semplicemente osservando nostro figlio nelle attività di gruppo, senza intervenire costantemente, ci permette di cogliere sfumature importanti del suo comportamento e del suo temperamento. Forse evita i giochi di movimento ma si orienta spontaneamente verso giochi simbolici o di finzione? La ricerca mostra che i bambini possono avere profili di competenza diversi che è utile riconoscere e valorizzare. Forse ha bisogno di più tempo per “scaldarsi” prima di partecipare? Questa caratteristica è compatibile con un temperamento più inibito o più prudente, che richiede un ambiente di supporto e non pressante. Queste informazioni ci aiutano a valorizzare i suoi punti di forza reali e a rispettare il suo temperamento, invece di spingere verso aspettative standardizzate.

Collaborare con le educatrici

Il confronto con le figure educative dell’asilo è prezioso. Insegnanti ed educatrici osservano il bambino in un contesto diverso e possono fornire una prospettiva complementare sul suo funzionamento sociale, emotivo e cognitivo. Spesso i bambini mostrano risorse a scuola che non emergono a casa, o viceversa. Una buona comunicazione scuola-famiglia è associata a migliori esiti di adattamento e apprendimento nei bambini. Condividere strategie e mantenere coerenza tra i due ambienti rafforza il messaggio che stiamo trasmettendo.

Quando tuo figlio dice non sono capace tu di solito?
Dici sei bravissimo non è vero
Chiedi cosa ti è piaciuto fare
Dici che anche tu sbagli spesso
Confronti con altri bambini
Lasci che si sfoghi senza parlare

Chiedere alle educatrici di coinvolgere il bambino in piccole responsabilità (“puoi aiutarmi a distribuire i bicchieri?”) crea occasioni di successo concrete che, nel tempo, possono sostenere il senso di competenza e l’autostima. I bambini insicuri traggono particolare beneficio da compiti con confini chiari e realizzabili che permettono loro di contribuire al gruppo in modi tangibili.

Il tempo come alleato, non come nemico

Ogni bambino ha i propri tempi di adattamento. Studi sul temperamento e sull’adattamento scolastico mostrano che alcuni bambini si lanciano subito nelle novità, mentre altri hanno bisogno di osservare più a lungo prima di partecipare attivamente. Rispettare questo ritmo, invece di forzarlo, comunica un messaggio implicito molto chiaro: “ti vedo per chi sei, non per chi vorrei che tu fossi”. Questo tipo di accettazione autentica costituisce un fondamento importante per lo sviluppo di una stima di sé solida e duratura.

L’insicurezza precoce non è una condanna, ma un invito a rallentare, osservare e accompagnare con maggiore consapevolezza. La ricerca sull’autoefficacia e sulla resilienza suggerisce che esperienze ripetute di piccoli successi, difficoltà normalizzate e sforzi riconosciuti possono, nel tempo, modificare le convinzioni del bambino su sé stesso e sulle proprie capacità. Ogni piccolo successo riconosciuto, ogni difficoltà accolta e messa in prospettiva, ogni sforzo valorizzato sono semi che, nel corso degli anni, aiutano quel bambino che oggi dice “non sono capace” a scoprire, passo dopo passo, ciò che può imparare e diventare.

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